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Flusso di incoscienza.

sgarbi

Vittorio Sgarbi

Lo schema lo si individua facilmente. Davanti, una figura in dimensioni maggiorate, dipinta realisticamente anche quando per cenni essenziali, il più delle volte lasciando che la sua trasparenza riveli un flusso sottostante che non interrompe, limitandosi a sovrapporsi su di esso come una vetrofania. Dietro, appunto, un grande flusso, costituito da immagini e scritte ricavate da ritagli di giornali che vengono assemblate a collage, dalla provenienza più variegata, ma attingendo prevalentemente a quel repertorio del trash che una volta era proprio della cosidetta “stampa popolare”, e che oggi, invece, accomuna carta stampata, televisione e internet senza soluzione di continuità, dandosi il tutto, opportunamente amalgamato grazie anche all’impiego di libere pennellate in funzione di raccordo, come un insieme di relitti galleggianti visti a volo d’uccello, sospesi nell’acqua di porto più stagnante e sudicia che ci possa essere.

Non c’é dubbio, Vincenzo Mascoli mira allo standard, a fare in modo, cioé, che lo schema di rappresentazione adottato venga identificato come propria cifra stilistica, seguendo in ciò la tendenza più comune all’arte maggiormente à la page del secondo Novecento, a cui l’artista pugliese ha certamente guardato (la Pop Art, naturalmente, come é stato già notato, ma forse ancora di più, nell’ottica della poetica bricolière, il Nouveau Réalisme, in ripresa e aggiornamento degli assemblages dadaisti). Non credo, però, che il ricorso al facilmente individuabile, che pure finisce per funzionare come un marchio di fabbrica, risponda in Mascoli alla stessa sollecitazione che  divenne dominante nell’arte novecentesca da lui presa a riferimento, ovvero dall’esigenza di convertire la ricerca alle richieste del mercato, esaurendola di fatto. E’ che in Mascoli lo standard é l’archetipo di una condizione più generale, già preannunciata dalla Pop Art e dal Nouveau Réalisme, ma diventata tipica, nel parossistico dilagare della comunicazione mediatica, della nostra epoca, per cui nulla può più darsi al di fuori di esso. Non c’é più la purezza di spirito e di espressione, vecchio mito romantico per cui si é creduto di potere ancora contemplare, negli uomini, la presenza di un genio primitivo, non esiste più l’originalità, e se anche ci fosse, probabilmente non servirebbe a nulla. Tutto, nel mondo attuale, é stato già detto e visto, tutto é preconfenzionato, ma viene ripetuto ugualmente, deve continuare a mostrarsi come in uno spettacolo infinito, una grande narrazione senza un costrutto che sia alternativo all’automatismo per cui si manifesta, un parler pour parler, voyer pour voyer in cui vero e falso, importante e inutile, nobile e volgare, intelligente e idiota si confondono disinvoltamente nelle sabbie mobili di una stessa melassa omegeneizzante. E non si tratta più, come era ancora ai tempi di Warhol e Restany, di uno spettacolo a cui si assiste passivamente, perfino con senso di soggezione, davanti all’onnipotenza del Big Brother orwelliano che traspariva da un logo di successo riprodotto da un cartellone pubblicitario o da uno schermo televisivo, ma di un sistema globale in cui ciascuno può disporre dei mezzi, diventati alla portata di tutti, in grado di rendere ogni spettatore anche un elaboratore autonomo di spettacolo che viene immesso nello sbocco universale del grande flusso, democraticamente partecipando all’affermazione della sua tirannia assoluta.

Cosa siamo diventati, rispetto al grande flusso oggi dilagante? E’ questa, credo, la domanda di fondo che si pone Mascoli e su cui ci invita a riflettere, riconoscendo all’arte, la sua arte, una prerogativa speciale, la capacità di bloccare ciò che di per sé tenderebbe a essere un panta rei in continuo movimento e a lasciare segni sempre più labili nella nostra coscienza, individuale e collettiva. Siamo davvero delle trasparenze, fagocitati da un’entità troppo più grande di noi, informazioni confuse ad altre informazioni, parvenze fra parvenze che non riconoscono più precise distinzioni fra reale e virtuale, minando alla base il senso stesso della nostra individualità? Possiamo ancora riconoscerci una memoria, davanti a questa grande memoria dell’incerto e dell’instabile che vuole disgregare tutte le altre? Ed é, questo, uno stato esistenziale che deve angosciarci, imponendoci una presa di posizione inevitabilmente critica nei confronti del fattore degenerante, come le opere di Mascoli potrebbero sembrare suggerire, oppure, allo stesso modo, un dolce naufragare che può preludere a una condizione ancora più allettante, un eterno presente in cui si verifichi la sostanziale dissociazione dall’ordine delle cose terrene, con tutti gli annessi e connessi del caso? A Mascoli, e a noi, l’ardua sentenza.

Testo critico: Vittorio Sgarbi


La fotografia è una azione immediata, il disegno una  meditazione”.

Così Cartier-Bresson precisa la differenza che esiste tra la fotografia e la pittura. Quando in un artista si ritrovano un attento occhio fotografico sulla realtà ed una decisa mano artistica nascono opere composite e profondamente incisive.

È questo il caso di Vincenzo Mascoli. Il quale allo scatto fotografico e alla pubblicità  associa una attenta meditazione pittorica. Ricerca icone dei nostri giorni che come nella vita reale fanno da sfondo e colonna sonora a noi ed ai nostri ricordi.

I suoi dipinti sono un repertorio di immagini tratte dalla quotidianità. I suoi soggetti sono presenze serene nel caos cittadino, elementi del grande gioco che è la vita. Nei suoi dipinti tutto concorre a creare il senso di straniamento dalla realtà, a definire un fuori fuoco immaginario che superando i limiti reali della superficie si può prolungare all’infinito, dove il soggetto predominante siamo noi ed il nostro io fanciullo.

È l’ossimoro concretizzato dalla fotografia, è l’attimo che diventa eterno.

Le immagini dell’Artista bloccano e fissano, in istantanee della realtà, ciò che fermo non può essere: il mondo odierno. Movimento che diventa pittura attraverso la sua energica gestualità.

 Testo critico: Michele Angelo Annese


Il racconto di Mascoli è una storia fredda, l’archivio delle cose trapassate, lasciate senza protezione a fare da brusìo, mentre tutti i gesti, tenuti insieme dalla colla, stentano a confluire in unità, in identità.

Una storia fredda come i media freddi, quelli di McLuhan, fermi innanzi senza parola, nella coltre delle vicende raccontate ad alta voce e dei sussurri detti piano.

Ogni volto è un nome collettivo, un foglio delle firme. Profondamente segnato dalla vita, o almeno da quello che di essa si può cogliere al primo appuntamento con la coscienza. Quella vita fatta di fatti e stolta rispetto alla sintesi, mirabilmente irrintracciabile tra le infinite disomogeneità di cui si avvale. E Mascoli, che adotta sulla tela la cronaca e la psiche, annette a questa vita ogni sua colpa, compresa quella di una profonda indecifrabilità, nonostante i nomi propri stagliati sul fondo vorticoso dei colori.

Testo critico: Roberto Lacarbonara


La precarietà dell’essere nella postmodernità. Le impetuose policromie e il caos materico che rappresentano simboli dell’immaginario collettivo e che fanno da sfondo a scene di quotidiana perdita di senso della condizione esistenziale umana. La poetica artistica di Vincenzo Mascoli penetra, attraverso una dimensione estetica “superficiale” – ossia concentrata sull’esperienza percettiva – nell’individualismo in cui l’uomo postmoderno è spinto dalla società dell’iperreale, dominata dalla “simulazione” della realtà, come analizza Baudrillard nel “Delitto perfetto”. L’artista pugliese ritrae dunque la mancanza di punti di riferimento nonché la perdità della nicciana “illusione” – della fantasia – nell’individuo postmoderno, immerso nell’iperrealtà, che rischia di diventa monade tra le monadi pur rimanendo zoonpolitikòn, un animale sociale. Partecipe comunque di una dimensione collettiva costituita da segni e simboli  che rimandano ad un’intrinseca provvisorietà dell’esistente.

 Testo critico: Cecilia Pavone